Si chiama Donato Tiano, ha 28 anni, ed è un giramondo che di fisso ha solo l’amore per il Napoli. Originario della provincia di Salerno, la sua è una storia di emigrazione moderna in quella che chiamano “Generazione Mobile”. Due continenti, tante città, diversi fusi orari, ma per seguire gli azzurri non ci sono limiti geografici e temporali. Donato è entrato da qualche mese a far parte di Milano Azzurra, da quando si è trasferito in Lombardia, approfittando del tesseramento 2023 che è attualmente incorso.

Ti senti il tipico “cittadino del mondo” ma con un legame indissolubile con il Napoli?
“Il Napoli è stata forse l’unica costante della mia vita. Mi ricordo da piccolo, quando abitavo a San Marzano sul Sarno, mio padre mi portava spesso allo stadio in Curva B per vedere le partite. Questa passione era fortemente alimentata ogni domenica, soprattutto quando eravamo in B e amavo guardare giocare Davide Dionigi e Stefan Schwoch. Poi dall’età di 15 anni ho iniziato a girare il mondo. Firenze, Montecatini, Salerno, Brighton, Lione, Vancouver. Cambiavo case come se fossero magliette, ma l’unica maglia che non cambiavo mai era quella del Napoli. Mi sento cittadino del mondo, ma solo fisicamente, perché la mia anima ha la cittadinanza all’interno dello Stadio San Paolo (come mi piace ancora chiamarlo)”.

Qual è il posto dove, per motivi di fuso orario, era più difficile seguire il Napoli?
“Sicuramente Vancouver. Le 9 ore di differenza erano veramente tante. Soprattutto quando il Napoli giocava alle 15 in Italia e a Vancouver erano le 6 di mattina era parecchio difficile. Oltre che per l’ora, la cosa complicata era anche la disaffezione che vi era. Infatti, se a Toronto qualche club Napoli con il quale condividere la propria passione c’era, Vancouver è scevro dalla passione calcistica. Pertanto, molte volte ero costretto a vedere le partite di calcio con persone che erano abituate alle ‘mazzate’ dell’hockey”.

C’è un giocatore del recente passato che hai amato più di altri?
“Di base non sono una persona che si affeziona ai calciatori, per me quello che conta è la maglia. Ma c’è sempre un’eccezione: Marek Hamsik. E’ ed è stato il mio idolo. Oltre che per essere stato il capitano del Napoli e uno tra i più forti centrocampisti moderni, il suo modo di essere capitano era quello che faceva la differenza. Essere capitano del Napoli non è facile, perché sai che se qualcosa va male, sei il primo capro espiatorio (Insigne docet). Invece, con il suo modo di essere, si faceva rispettare da tutti senza neanche parlare”.

Dopo tanti anni di attesa sembra proprio l’anno buono: quando hai capito che potevamo mettere le mani sullo Scudetto?
“Sicuramente Sampdoria-Napoli 0-2. Per due motivi, il primo puramente storico. Il Napoli dopo una sconfitta importante ha sempre avuto contraccolpi psicologici. Lo abbiamo visto soprattutto con il Napoli di Sarri. L’altro per la reazione che c’è stata in campo dopo il rigore sbagliato da Politano. Queste sono gli episodi che mi hanno fatto pensare ‘Ci siamo’”

Qual è la tua pizza preferita?
“Da sempre Broccoli e Salsiccia con Provola”.

 

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